Orso Limando e orso Rubino erano due fratelli. Orfani fin da tenera età, si erano dovuti arrangiare per sopravvivere: all’inizio si limitavano a mangiare ciò che riuscivano a trovare nel bosco: germogli, radici, lamponi, mirtilli e ogni sorta di piantine. Quando furono più grandicelli scoprirono che esistevano strani animali, chiamati uomini, che, seduti e ben protetti in rumorosissime tane, chiamate trattori, scorrazzavano per i campi e dopo un certo periodo ecco che dalla terra spuntavano, in gran quantità, delle vere e proprie leccornie: avena, mais, girasoli e frutti d’ogni genere. Nel corso degli anni Limando e Rubino avevano scoperto che mangiare spontaneamente quel cibo prelibato era considerata cosa assai disdicevole: nascosti tra i cespugli, avevano ascoltato i discorsi di quelli animali e ne erano rimasti molto impressionati.
“Ora basta!” diceva uno “Domani esco col fucile e li faccio fuori questi orsiladri!”
“Dobbiamo formare un gruppo e dar loro la caccia finché non li abbiamo presi!” diceva un altro e dalle loro facce si capiva che erano davvero feroci.
Limando e Rubino si consultarono a lungo sul da farsi, ma non riuscendo a trovare una soluzione decisero di interpellare la volpe Severina: tutti gli animali del bosco, quando avevano un problema che non riuscivano a risolvere, si rivolgevano a lei e Severina trovava sempre un modo per aggirare l’ostacolo che li affliggeva.
La casa di Severina era una vecchia baita ormai abbandonata dagli uomini, situata in una montagnola chiamata Apriticielo, ma all’interno lei l’aveva completamente trasformata: divani e poltrone, trovati per strada come rifiuti, erano stati ricoperti di stoffe preziose e colorate, frutto del lavoro intenso di una ditta di Ragni Cucitori che abitavano nel sottotetto; oggetti simili a carillons che bastava toccarli e suonavano musiche di tutti i tempi e di tutti i paesi, approntati con sapienza da bizzarri uccelli equadoregni detti Manachini deliziosi. E ancora: statue che riproducevano conigli e volatili, ma anche elefanti e ranocchie, che un gruppo di Picchi muraioli e intagliatori di legno avevano creato e regalato a Severina per averli salvati da una difficile situazione. Infine, appoggiati un po’ ovunque, quadri con gatti gialli e cavalli azzurri e una splendida tigre, sorpresa in una tempesta tropicale, troneggiava sopra il camino (ma non erano firmati ed era ignota la provenienza).
Severina accolse i due fratelli con il consueto sorrisetto di circostanza e gli occhi così gialli e brillanti che parevano due piccoli soli.
“Io lo so già che cosa vi affligge miei cari, è un pezzo che vi osservo e mi stupisco che ancora possiate girare liberamente e non siate già finiti in prigione!” esclamò Severina e poi continuò: ” Dovete mettervi al passo coi tempi! Oggi non si usa più rubacchiare, come fate voi, uva, mele o prugne. Il gioco non vale la candela, mi spiego?” E senza aspettare risposta proseguì: ”Il rischio e la fatica che voi affrontate per riempirvi la pancia non sono proporzionati a un così misero risultato….Io vi offro la possibilità di rubare qualcosa da cui ricaverete molto di più e con assai meno pericoli! ”
Limando e Rubino si guardarono stupiti e incuriositi, ma subito attratti nuovamente dalla parole di Severina: ”Adesso vi farò un incantesimo con la mia coda magica e in men che non si dica diventerete due famosi orsiladri rispettati e temuti”. Così dicendo fece roteare la sua bella coda rossa come la pala di un elicottero e il vento prodotto da quel movimento sembrava dicesse:
BRAN BREN BRUN
Un piccolo ladro non sono più
BRUN BREN BRAN
Son diventato un ladro da battiman
“Ecco, adesso siete a posto. ”, sentenziò Severina e proseguì: ” Tu Limando ruberai agli uomini le loro idee e tu Rubino ruberai loro le parole e vedrete che il cibo non vi mancherà. Dovete solo stare attenti a ciò che rubate perché fino a che non avrete rivenduto la merce, questa resterà dentro di voi e ne potreste subire gli effetti”.
Limando, che era tra i due il più grande di età, abbracciò il fratello e disse:” Penso che questa volta dobbiamo metterci alla prova separatamente, in modo tale che, se per caso uno di noi due fallisce, l’altro può sempre correre in suo aiuto.” Rubino accettò a malincuore questa proposta, ma capì che quelle parole erano dettate dalla prudenza e non certo da una volontà di abbandono.
Non fu facile per i due fratelli abituarsi a questa specie di lavoro. Una volta Limando rubò una “idea fissa” al signor Chiodini e se la portò dietro per parecchio tempo perché nessuno la voleva e non avevano ancora approntato i cassonetti dove buttare le “idee fisse”. Il signor Chiodini, all’epoca, si era fissato di essere un “duro”, uno cioè che non aveva paura di niente e di nessuno, faceva a cazzotti con tutti, vinceva sempre e dava pacche sulle spalle agli amici che gli raccontavano le loro disgrazie dicendo: ”Non è poi così grave, la vita è bella e si deve goder!”
Ora, non pare, ma portarsi dietro un’idea simile era molto faticoso. Per Limando, in particolare, era un vero supplizio. Lui, che era così affezionato al suo cane Saltapero (trovato abbandonato sull’autostrada del sole e subito adottato) e normalmente gli faceva il solletico sulla pancia e insieme giocavano a nascondino, subiva un vero e proprio shok nel doverlo trattare proprio come un cane:” Alzati!”, “Cammina!”, “Vai!”, “Torna!”, “Cuccia!”, “Dormi!”, “Mangia!”, “Divertiti!”. Figurarsi Saltapero! Abituato finalmente a carezzine e coccole d’ogni genere, per protestare contro quel trattamento cominciò ad abbaiare con BAU assordante e prolungato tipo BAUUUUUUUUUU, che Limando dovette farsi, con i peli della pelliccia tutti avvoltolati, due tappi per gli orecchi per non sentirlo.
Non solo: lui, Limando, che era sempre stato rispettoso e timido quando incontrava qualche orsacchiotta, ora doveva trattar tutte con molta durezza del genere: ”Ciao cocca, dove pensi di andare senza di me?”, ”Se stai buona ti porto al cinema a vedere Ti riduco in polpette!”, “O saltar questa finestra o mangiar questa minestra, chiaro?”. Tutto questo lo metteva in serio imbarazzo, anche perché le orsacchiotte, il più delle volte, gli tiravano l’ombrello in testa. Persino quando rubò a un omino un’idea geniale non realizzò i risultati sperati perché quell’idea era talmente geniale che avrebbe rivoluzionato il mondo e nessun ricettatore volle acquistarla temendo di non poterla rivendere. Gli capitò poi l’occasione di rubare un’ideaccia al signor Malini e ci furono così tante richieste che venne messa all’asta e acquistata da una banda di criminali che però fu sgominata subito dopo dalla polizia e Limando non riuscì a incassare neanche un soldino. Più volte gli accadde d’impadronirsi d’idee assolutamente oscure, confuse, approssimative: furono quelli dei periodi davvero infelici: Limando si aggirava sulle Alpi svizzere senza una meta, senza un perché e senza occhiali da sole che, data la luce accecante del sole e della neve, sarebbero stati assolutamente necessari.
Un momento davvero esaltante lo passò quando, dopo vari appostamenti, riuscì a rubare un’idea d’amore alla signora Felicita Limitati: quell’idea si presentava alla mente all’improvviso e, senza darsi pensiero per ciò che Limando era intento a fare in quel momento, gli proponeva ogni sorta di progetti strampalati: un viaggio in Finlandia su una cariola, una scorpacciata di kugelhopf sul lago Balaton, un soggiorno di tre settimane nel castello Potala Palace in Tibet. Limando era felice di seguire quell’idea ovunque lei gli suggerisse di andare, ma si rese conto che se avesse continuato a quel modo avrebbe certo perso la testa. Così un giorno, mentre era seduto su una panchina di Piazza della Porta della Pace Celeste a Pechino, vide passare una cinesina che, in quel momento, aveva proprio un’idea luminosa e le propose un cambio e lei accettò a patto di poter fare tante copie di quell’idea in modo da rivenderle sui mercati mondiali a prezzi stracciati. Limando, molto scoraggiato e avvilito per non esser stato in grado né di arricchirsi né di fare una vita migliore, tornò in Europa e si mise in cerca di suo fratello.
Rubino, in quel periodo, si trovava a Copenaghen, in Danimarca e poiché aveva rubato la parola anima era andato proprio in quella città dove aveva saputo che c’era una sirenetta che ne aveva un’ impellente necessità, ma non trovando che una statua di bronzo seduta su uno scoglio si era messo a girellare per il paese. Era un inverno particolarmente gelido e non poteva trovare altro che parole fredde, scostanti, amare, crude e gravi e così non aveva neppure l’opportunità di farsi nuovi amici. Un po’ deluso e un tantino arrabbiato rientrò in Italia e scippò il primo signore che incontrò. Purtroppo per lui era il signor Crocetti che parlava solo per parole crociate e Rubino passò una settimana tremenda a decifrare quel linguaggio complicato e riuscì poi a piazzare la refurtiva a un collezionista di puzzles che lo pagò con una banconota tutta fatta a pezzettini che Rubino non riuscì mai più a ricomporre.
Fu con il signor Righidritti che Rubino passò davvero un brutto momento. Questo signore era un uomo molto particolare e possedeva una parola assai rara: la parola d’onore. La teneva, ingenuo, sempre sulla punta della lingua. Accadde che il signor Righidritti s’innamorò della signorina Guida Lincerti e, all’alba di un giovedì, se ne stavano abbracciati ai Mercati Generali.
“Mi ami?” chiedeva lei un po’ pallida
“Ti amo” rispondeva lui con le guance rosse per l’emozione
“Dammi la tua parola d’onore” chiese la signorina Guida battendo ripetutamente per terra il piedino sinistro
Il signor Righidritti ebbe un attimo di smarrimento: aveva sulla punta della lingua quella parola, ma non gli usciva e fu in quel momento che Rubino arrivò e se la portò via.
Rubino non conosceva l’importanza di quella parola e, imprudentemente, l’andava ad offrire un po’ a tutti cercando di ottenere il maggior vantaggio possibile. Il signor Righidritti che proprio non digeriva quella perdita denunciò il furto alla polizia, ma non potè dare la sua parola d’onore che i fatti da lui vissuti corrispondevano a verità e la sua pratica venne archiviata. Inflessibile però il signor Righidritti decise di farsi giustizia da sé: cercò Rubino e quando lo trovò all’angolo di una strada che cercava di vendere la sua parola d’onore a un brutto ceffo perse il controllo e gli ammollò cinquantacinque scapaccioni.
Triste, malconcio e affamato perché in tutto quel periodo i suoi furti non gli avevano permesso di comprare neppure un barattolo di miele, Rubino decise di mettersi in cerca del fratello per consigliarsi con lui sul da farsi.
Intanto la volpe Severina, dalla sua montagnola di Apriticielo, aveva assistito a tutte le avventure dei due fratelli scuotendo la testa. “Ho dato loro la possibilità di vivere come pascià e loro non hanno saputo cogliere neppure un’opportunità” pensava. Ma siccome provava una certa simpatia per quei due orsi scriteriati volle aiutarli almeno a ritrovarsi. Incaricò dunque Medorino che era il suo fidato messaggero di raggiungerli e farli incontrare.
Medorino era un venticello che Eolo, il re dei venti, aveva licenziato qualche anno prima perché non ubbidiva mai: il sovrano gli comandava di andare al nord e lui andava a sud, di andare ad est e lui andava ad ovest e così via. Un giorno, avvilito e sconsolato, capitò sulla montagnola Apriticielo e chiese conforto alla volpe. Severina ascoltò con interesse la sua storia e capì immediatamente che il suo comportamento ribelle dipendeva da un trauma subito poco dopo la nascita, quando Eolo lo aveva mandato sulla costa tirrenica ad aiutare il Libeccio, vento violento e impertinente proveniente da sud-ovest. Medorino, inesperto com’era, si era fracassato sugli scogli a una velocità inaudita e da quel momento aveva perso completamente l’orientamento. Severina gli regalò un navigatore e lo assunse come messaggero e lui le fu così grato che durante i mesi caldi riempiva la casa d’aria fresca e profumata di fior di garofani della Liguria e durante l’inverno trasportava dalla Sicilia aria calda con l’odore di gelsomino.
Medorino viaggiava sempre su una nuvoletta che si chiamava Cirrusina e pareva proprio una ciocca di capelli: sulla parte anteriore aveva piazzato il navigatore e uno stereo-metronomo, strumento da lui inventato che gli consentiva di accelerare o decrescere la velocità a tempo delle sue musiche preferite. Non impiegò molto a trovare i due fratelli, ma nel farli accomodare a cavalcioni sulla parte posteriore della nuvoletta insieme al fido Saltapero, questa, per il troppo peso, oscillò e, poiché si trovavano sulla cima di un monte, il navigatore cadde nel vuoto e vani furono gli sforzi per ritrovarlo. Anche Saltapero, mandato in missione negli anfratti più reconditi, fallì nell’impresa.
Volando, volando senza una meta e senza un perché videro lontano lontano un’altra terra che invece di essere bella tonda (solo un po’ schiacciata ai poli) come la nostra era bella quadra e invece di girare tutto il giorno se ne stava ferma ferma e buona buona. Si diressero da quella parte e Medorino, affinché l’atterraggio fosse dolce, ma anche cauto e guardingo sintonizzò lo stereo-metronomo al ritmo del clarinetto della famosa opera “Pierino e il Lupo” del grande compositore Sergej Prokofiev e lentamente planarono sulla cima di un monte. Da lassù videro che quel bizzarro pianeta era in tutto e per tutto simile al nostro: vi erano uomini, animali, vigili del fuoco, sardine in scatola e così via. Notarono anche che sì, c’era qualcosa di diverso, ma si trattava di qualcosa di strano, inafferrabile, indefinibile, come una luce che non rischiara abbastanza. Così, attribuirono quella sensazione alla stanchezza, scesero a valle e Limando si mise in cerca d’idee pacifiche e serene, Rubino della parola “cuscino” e Medorino che si era portato dietro il suo stereo-metronomo lanciò nell’aria il “Sogno” delle “Scene infantili” di Robert Schumann.
Le persone che incontravano in quello strano pianeta sembravano però essere tutte sorde perché neppure un essere umano girava la testa verso quei suoni, nemmeno quando Saltapero, infastidito da tanta indifferenza, cominciò ad abbaiare insistentemente verso il cielo. Per quanto poi i due orsi tentassero di rubare loro qualche idea o qualche parola, non ne trovavano alcuna.
“Ma dove diavolo siamo capitati?” sbottò Limando
“Oh my god!” esclamò Medorino che quando andava all’estero parlava sempre inglese “this is a country where there are no words or ideas! “
“Che cavolo vai dicendo tu?” chiese Rubino “Ho già così tanto confusione in testa e ti metti a parlare come i cartoni animati di Paperino! Traduci!”
“Exuse me, scusatemi, ma è semplice: siamo capitati in un posto dove non ci sono né idee né parole. Non avete mai sentito parlare di paesi dove non c’è libertà di pensiero e nemmeno la libertà di parola? Ce ne sono anche sulla nostra terra!”
“Si, qualcosa mi è giunta all’orecchio” rispose Limando
“Ma allora come possiamo fare?” chiese Rubino e proseguì rivolto a Medorino:” Tu campi d’aria e non hai problemi, ma noi si deve per forza mangiare! In più con l’incantesimo che ci ha fatto Severina non possiamo neppure tornare a fare i ladri nel modo poco dignitoso come facevamo un tempo….che tragedia!
“Un momento!” Esclamò Medorino non perdiamo la speranza. Io durante i miei viaggi, intrufolandomi di qua e di là, son venuto a sapere che in questi paesi dove non c’è libertà c’è sempre qualcuno che, di nascosto, in posti appartati, coltiva parole e pensieri e quando nascono li regalano alla popolazione e si formano gruppi che piano piano i riacquistano sia le idee che le parole… Dobbiamo metterci in cerca di queste persone! “
Medorino e i due orsi girarono e girarono , ma era assai difficile trovare, almeno nell’aspetto, persone diverse le une dalle altre: tutti infatti avevano la stessa espressione , lo stesso portamento, vestivano allo stesso modo e alla fine stanchi e scoraggiati si addormentarono su un prato.
Furono svegliati dal canto di una voce dolcissima le cui parole dicevano così: “Un giorno infelice su questa mia terra, un uomo malvagio promosse una guerra, una lotta serrata a parola e pensiero e il sole persino restò prigioniero”.
Intorno a loro, quasi a formare un cerchio, erano seduti uomini, donne, bambini e animali: chi vestiva di rosso, chi di azzurro, chi di giallo, chi portava i pantaloni, chi la gonna, chi aveva i capelli corti o le trecce o tanti riccioli, chi rideva, chi aveva le sopracciglia aggrottate come esprimendo preoccupazione.
“Io sono Arzillina” disse la fanciulla che aveva cantato, “e questi sono tutti amici. Viviamo nascosti perché il Brigante Microbio ci ha tolto parole e idee impedendoci, in questo modo, di comunicare sentimenti di qualsiasi genere. Noi siamo sfuggiti al suo controllo e cerchiamo, in un orto non molto lontano da qui, di coltivare tutte le parole e le idee che ci appartengono, ma non ne abbiamo moltissime e poi non possediamo i concimi giusti per farle crescere…Ma voi chi siete? ”
I tre si guardarono e, come per una tacita intesa, prese la parola Medorino che, da esperto qual era, sintonizzò la sua voce nel modo più rassicurante e melodioso possibile e raccontò loro le avventure che avevano vissute.
“Se ci aiutate a tornare nella nostra terra, noi vi aiuteremo a sconfiggere Microbio” disse Limando che ormai aveva assunto il tipico modo di pensare di una persona dedita al commercio.
“Noi vi aiuteremo comunque”, disse la fanciulla lasciando stupito Limando che subito cominciò ad armeggiare intorno alla cintura dei pantaloni destando la curiosità di tutti i presenti e infine, aprendo il fermaglio della cinta che era proprio fatto come una scatolina, tirò fuori un’idea che faceva davvero rabbrividire e tutti in coro esclamarono un “Ohooooooooooo” meravigliatissimo.
“la tenevo chiusa qua dentro perché quando l’ho rubata non avevo animo di venderla a qualcuno e, d’altronde, non potevo certo tenerla in testa perché sarei morto di paura…. Forse a voi può servire”
“Ma certo!”, lo interruppe Medorino, “Basterà farla entrare in testa al tiranno Microbio e lui scapperà a gambe levate! E io m’incaricherò di farlo: la farò passare, con una arietta leggera e tenue, attraverso i suoi orecchi e quando arriverà al cervello il gioco sarà bell’e fatto!”
Un applauso strepitoso si levò da quell’assemblea e la proposta venne approvata all’unanimità.
Così fu fatto e tutto andò nel migliore dei modi: Microbio, appena quell’idea gli entrò in testa, le gambe gli fecero giacomo giacomo (ma anche diego diego) e con tutte la forza che gli rimaneva sparì dalla circolazione senza lasciar traccia. Nel suo castello fu trovato un patrimonio d’idee e di parole che furono restituite ai legittimi proprietari e si fece una grande festa che fu chiamata “Festa Mondiale della stretta di mano”
Medorino , Limando, Rubino e Saltapero ricevettero come premio, per il loro contributo alla sconfitta del tiranno, un navigatore d’oro e poterono ripartire per la terra.
Nel frattempo a Severina era venuta un’idea: poiché dalla sua montagnola poteva scorgere quasi tutto il mondo perché non sfruttare in qualche modo questa opportunità? E così aveva fondato il “Giornalino degli Animali” dove venivano pubblicate tutte le notizie che potevano essere d’interesse per quei lettori: dove trovare il cibo meno inquinato, dove si apriva la caccia, dove trovare buone tane e così via e quando i quattro giunsero ad Apriticielo lei aveva già approntato un piano di lavoro. “Tu Limando” disse la volpe, “seguirai le notizie internazionali, tu Rubino ti occuperai delle cronache nazionali e tu Medorino, che sei il più portato per la velocità, aggiornerai le notizie in internet. In questo modo voglio sperare che non andiate più incontro a brutte avventure!”
“Bhe, non siete contenti? “ Chiese Severina, “Avete delle facce scure come la notte di Halloween!”
“Ti sei dimenticata di Saltapero!” disse Rubino accarezzando la testa al suo cagnolino
Severina, francamente, non aveva molta simpatia per i cani, forse perché in passato i cani non erano poi stati molto gentili con lei, ma guardando il muso così avvilito di Saltapero mise da parte la sua diffidenza e disse: ” Beh, lui potrebbe occuparsi delle consegne dei giornalini a casa degli abbonati!”
Tutti fecero salti di gioia e anche Saltapero, che non era un cane intelligente come quelli che facevano i commissari in televisione, e non aveva capito quasi niente, si mise a saltare come un canguro solo perché vedeva i suoi nuovi amici felici e soddisfatti
Daniela Tesi